I crimini a Gaza e la complicità dell’Occidente

Il sistema mediatico occidentale è complice in quello che non esito a definire un genocidio coloniale a Gaza e in Palestina. Credo fermamente che i nostri media, anziché riportare la verità, abbiano partecipato attivamente a “spianare la strada” e a “fabbricare il consenso” per gli orrori a cui assistiamo, con una complicità sistemica che mi ricorda quella che precedette il genocidio in Ruanda.

Fin dall’inizio i nostri media ci hanno ingannato con una narrazione distorta, finalizzata a coprire un genocidio innescato da palesi menzogne. Penso alla storia, diffusa dopo il 7 ottobre, dei 40 bambini decapitati da Hamas: una falsità smentita categoricamente, persino da giornalisti israeliani. A questa bugia si contrappone una verità terribile e documentata: sono migliaia i bambini palestinesi decapitati dalle bombe israeliane.

È uno schema collaudato: azioni criminali evidenti – l’uccisione di paramedici, il bombardamento di chiese e moschee, la strage di civili in fila per il pane – vengono liquidate come “errori tecnici” o semplici “errori”. Una formula che serve a placare le nostre coscienze senza che alcun responsabile venga mai processato.

Anche sulle accuse di violenza sessuale, la narrazione va ribaltata. Le accuse di stupri di massa commessi da Hamas sono state ampiamente screditate; basti pensare al controverso articolo del New York Times, contestato dalle stesse famiglie delle presunte vittime e scritto da una giornalista su cui pesano sospetti di legami con l’intelligence israeliana. Al contrario, esistono prove documentate e schiaccianti, raccolte da organizzazioni come Amnesty International, Human Rights Watch e B’Tselem, che testimoniano stupri e abusi sessuali sistematici perpetrati da soldati e agenti carcerari israeliani contro donne, uomini e persino bambini palestinesi. Ho letto del caso di un bambino di 13 anni stuprato a Gerusalemme, e della totale assenza di indagini da parte della procura israeliana, nonostante i nomi delle vittime siano noti.

Molte delle vittime israeliane del 7 ottobre sono state uccise dal “fuoco israeliano” stesso. Questa non è un’azione casuale, ma la conseguenza di una precisa mentalità militare. Da un lato, la dottrina Dahiya, che prevede l’uso di una “forza sproporzionata” e la distruzione di intere aree civili. Dall’altro, l’applicazione della famigerata “Direttiva Annibale”, il protocollo che per anni ha imposto di prevenire la cattura di un soldato a qualunque costo, anche causando la sua stessa morte. Credo che il 7 ottobre questi principi estremi siano stati applicati anche ai civili, con l’ordine di sparare pur di evitare il rapimento. È per questo, a mio avviso, che il governo israeliano si oppone a un’indagine ufficiale: per nascondere fino a che punto il proprio stesso esercito si sia spinto nella violenza.

E quando parliamo di ostaggi, il maggior numero di ostaggi oggi si trova nelle carceri israeliane. Sono migliaia di palestinesi, detenuti senza processo e sottoposti a torture sistematiche, non i prigionieri nelle mani di Hamas.

La situazione a Gaza è una catastrofe umanitaria che ritengo deliberatamente pianificata. I medici palestinesi hanno dichiarato l’ingresso nella “fase 5 della fame e della carestia”: il sistema immunitario della popolazione è al collasso. Intanto è in atto il blocco intenzionale di beni essenziali come assorbenti, sapone, disinfettanti, antibiotici e latte in polvere. Questo non è un effetto collaterale della guerra, questo è un tentativo di sterminio. La distruzione mirata degli ospedali e gli atti di spregio di soldati israeliani che filmano e ostentano sui social la biancheria intima di donne che hanno ucciso o sfrattato. Vedo la scritta “Uccidiamoli tutti gli arabi” sui muri dell’unico ospedale oncologico di Gaza, e capisco che siamo di fronte a un processo di totale disumanizzazione del popolo palestinese.

Sotto i nostri occhi, il diritto internazionale sta collassando. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU è diventato uno scudo protettivo per i criminali, grazie al veto sistematico degli Stati Uniti. Ma mentre l’Occidente si rende complice, vedo con speranza una “rivolta aperta” del Sud Globale. Paesi come Colombia, Sudafrica e Malesia hanno formato il “Gruppo dell’Aia” per combattere per il diritto internazionale. Dodici nazioni, tra cui Cuba, Bolivia, Indonesia e Namibia, hanno già imposto sanzioni a Israele. Questo contrasta in modo assordante con il vergognoso silenzio e la connivenza dell’Europa, che pure è il primo partner commerciale di Israele.

La verità è il peggior nemico di Israele. Le narrazioni che ci vengono propinate ogni giorno, basate su menzogne come quelle che giustificarono la guerra in Vietnam o in Iraq, sono funzionali a questo genocidio e al progetto della “Grande Israele”.

Per questo vi invito ad informarvi, analizzare oggettivamente i fatti, lo sterminio quotidiano di bambini affamati. Non dobbiamo avere paura di dire queste verità. Ne va della nostra credibilità, della nostra civiltà, della nostra stessa umanità.

Dan ROMEO