I territori palestinesi occupati si riferiscono alle aree della Cisgiordania, della Striscia di Gaza e di Gerusalemme Est, conquistate da Israele durante la Guerra dei Sei Giorni del 1967. Sebbene la Giordania abbia rinunciato alle sue rivendicazioni sulla Cisgiordania nel 1988 e Israele abbia ritirato le sue truppe da Gaza nel 2005, la Cisgiordania e Gerusalemme Est rimangono sotto un rigoroso controllo israeliano.
Secondo il diritto internazionale e la Quarta Convenzione di Ginevra del 1949, una potenza occupante non può trasferire la propria popolazione civile nei territori occupati. Per questo motivo, la comunità internazionale, compresa la Corte Internazionale di Giustizia, considera l’attività di insediamento israeliano in queste aree illegale e in violazione del diritto internazionale.
Oltre tre milioni di palestinesi vivono sotto un governo militare, mentre più di 700.000 coloni israeliani nella Cisgiordania e a Gerusalemme Est godono di pieni diritti. L’uso di strade segregate, come la “Apartheid Road“, dove due popolazioni condividono lo stesso spazio in “elevazioni diverse, senza mai incontrarsi”, è la manifestazione fisica del progetto coloniale israeliano.
È in questo contesto storico e legale che il controverso piano E1 viene ora riattivato.
Dopo oltre due decenni di congelamento a causa delle intense pressioni internazionali, il governo israeliano ha riattivato il controverso piano di insediamento E1 (East One), un progetto che gli analisti definiscono una mossa deliberata per porre fine alla possibilità di uno stato palestinese. Il piano, che prevede la costruzione di circa 3.500 unità abitative, si concentra su un corridoio strategico di 12 chilometri quadrati situato tra Gerusalemme Est e l’insediamento di Ma’ale Adumim. Se attuato, questo sviluppo spaziale creerebbe una barriera fisica, separando la Cisgiordania settentrionale da quella meridionale.
Il piano fu ideato per la prima volta nel 1995 da Yitzhak Rabin e il piano generale (Plan No. 420/4) è stato approvato nel 1999. Nonostante ciò, la sua attuazione è stata ripetutamente bloccata a causa dell’opposizione della comunità internazionale, in particolare di Stati Uniti, Europa e altri attori, che lo ritenevano una “flagrante violazione del diritto internazionale”. Già nel 2002, l’allora Ministro della Difesa israeliano si impegnò con l’amministrazione statunitense a non attuare il piano. Il progetto fu messo in attesa anche dopo un tentativo di ripresa nel 2012, bloccato all’ultimo minuto da un ordine dell’Ufficio del Primo Ministro.
Dal canto suo, il governo israeliano giustifica il piano come una questione di sicurezza e di sviluppo urbano. I suoi sostenitori lo considerano un elemento vitale del concetto di “Gerusalemme metropolitana”, che mira a garantire la continuità urbana tra la città e le sue comunità ebraiche circostanti. Secondo questa prospettiva, la costruzione in E1 è necessaria per fornire “profondità strategica” per la difesa di Gerusalemme contro un potenziale “fronte orientale” e per prevenire che la città torni a uno “status di città di confine”. La strategia israeliana mira anche a contrastare una “continuità palestinese” concorrente che potrebbe emergere in quest’area cruciale.
Tuttavia, il progetto è stato accolto da una condanna internazionale quasi unanime. Le Nazioni Unite hanno dichiarato che l’iniziativa rappresenta una “minaccia esistenziale” per la soluzione a due stati e una “violazione del diritto internazionale”. L’Ufficio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha persino affermato che il trasferimento di una popolazione civile di una potenza occupante in un territorio occupato è un “crimine di guerra”. L’Unione Europea, il Regno Unito e diverse nazioni arabe hanno esortato Israele a “desistere”, sottolineando che il piano minerebbe irreparabilmente le prospettive di pace. La posizione degli Stati Uniti, storicamente il principale freno a tali progetti, è stata più ambigua, con l’amministrazione Trump che ha mostrato “molto meno preoccupazione” e l’amministrazione Biden che si è astenuta da “qualsiasi critica” diretta all’ultima approvazione.
Un altro aspetto critico del piano sono le sue conseguenze umanitarie. Il progetto minaccia direttamente l’esistenza di 18 comunità beduine palestinesi e indirettamente tutte le 46 comunità della Cisgiordania centrale, con l’obiettivo di “svuotare i confini orientali della presenza palestinese”. Secondo le organizzazioni per i diritti umani, dal 2009 il piano E1 ha già colpito oltre 2.657 persone, con 842 individui, di cui 840 bambini, costretti a lasciare le loro case. La violenza dei coloni, le demolizioni di strutture residenziali ed essenziali della comunità, come servizi igienico-sanitari, generatori di corrente e recinti per animali, e la confisca delle terre hanno creato un “ambiente coercitivo” che sta portando allo sfollamento forzato di queste comunità, compromettendo il loro tradizionale stile di vita pastorale. I piani di reinsediamento correlati li costringerebbero a una “urbanizzazione forzata” che ha già portato a una “regressione delle loro vite”.
Per rafforzare la sua posizione, Israele ha sviluppato una rete stradale segregata come la “Fabric of Life” (Tessuto della Vita), nota anche come Route 4370, che gli analisti chiamano “Apartheid Road”. Questa strada, divisa da un muro di cemento, è costata circa 91 milioni di dollari e permette ai coloni israeliani di viaggiare senza problemi tra Ma’ale Adumim e Gerusalemme, mentre costringe i palestinesi a lunghe deviazioni che possono durare ore, passando per diversi posti di blocco. Questo sistema a doppio binario, che i sostenitori definiscono una “strada di sovranità”, consente al governo israeliano di mantenere il controllo sul territorio e di consolidare l’annessione de facto.
Il Ministro delle Finanze israeliano, Bezalel Smotrich, ha apertamente dichiarato che l’approvazione del piano è una risposta a quei paesi che stanno riconoscendo lo stato palestinese. “Lo stato palestinese viene cancellato dal tavolo non con slogan, ma con azioni”, ha affermato Smotrich, aggiungendo che ogni nuova unità abitativa è “un altro chiodo nella bara di questa idea pericolosa”. L’approvazione è vista come parte di un “programma strategico per seppellire la possibilità di uno stato palestinese e per annettere di fatto la Cisgiordania”. Questo linguaggio esplicito ha allarmato la comunità internazionale, che teme che la ripresa del piano E1, avvenuta in un contesto di “guerra in corso a Gaza e ridotta supervisione internazionale”, segnali una nuova, e più pericolosa, fase del conflitto, una in cui gli ostacoli storici alla pace vengono permanentemente eliminati attraverso fatti compiuti sul terreno.
In ultima analisi, il piano E1 è un promemoria agghiacciante di un sistema di “apartheid” in continua espansione che mina non solo le aspirazioni palestinesi, ma i principi fondamentali del diritto internazionale. L’avanzamento del piano E1, nonostante la quasi totale condanna internazionale, dimostra una totale indifferenza per la dignità e i diritti umani palestinesi, rivelando un’aggressiva strategia di annessione de facto che opera con l’obiettivo esplicito di seppellire la possibilità di uno stato palestinese, un chiodo alla volta.
Dan ROMEO